Le Vele di Scampia

Danilo Capasso

Partendo da lontano

Ne “Il diritto alla città”, Henri Lefebvre ci racconta della crisi urbana come un dramma in tre atti il cui epilogo si manifesta con la fine della seconda guerra mondiale. Emerge la crisi degli alloggi e il processo d’industrializzazione riprende fiato con una rinnovata forza dovuta alle necessità della ricostruzione post-bellica. In questa fase, l’urgenza delle tensioni urbane spinge lo stato ad assumersi l’onere della costruzione di alloggi. E’ l’epoca dei grandi complessi, delle nuove città. Il diritto alla casa affiora nella coscienza sociale. Secondo Lefebvre non è un pensiero urbanistico quello che genera le iniziative pubbliche, ma l’urgente necessità di costruire il maggior numero di alloggi al minor costo possibile. Il concetto di habitat, con la creazione dei complessi residenziali, diviene tanto funzionale quanto astratto, portato alla sua forma più pura dalla burocrazia di Stato. Il paesaggio che circonda le città diventa un disordinato patchwork di urbanità disurbanizzata, il paradosso è un’urbanistica che opera contro la città. A mio avviso, in questa dinamica si inserisce anche il progetto delle Vele di Scampia.

Persone e storie

Lorenzo Liparulo approda a Scampia poco prima dell’adolescenza tra il ‘73 e il ‘74. Quando arriva, la periferia è ancora una grande e florida campagna con stupendi frutteti. Si trasferisce con la famiglia in uno dei primi grandi lotti costruiti lungo l’asse che continua il Corso Secondigliano, un palazzone a stecca che oggi fronteggia il nuovo carcere. Lorenzo diventa appassionato radioamatore, con il suo baracchino e un’antenna montata al quindicesimo piano, parla con il mondo e conosce la sorella di quella che poi diventerà sua moglie. Alla fine degli anni ’90 perde il lavoro. Ha due figlie ancora piccole e l’unica soluzione diventa l’occupazione di un alloggio nelle Vele, dove ancora oggi vive e lotta, come leader del Comitato Vele fondato da Vittorio Passeggio nei primi anni ’80. Lorenzo porta con orgoglio un grande tatuaggio che raffigura le Vele al braccio sinistro. Obbiettivo del Comitato Vele è da sempre la demolizione di tutte le Vele, durante il nostro incontro ha dichiarato: “l’unica Vela che deve restare in piedi è quella tatuata sul mio braccio.
Patrizia Mincione è un’altra persona che riflette nella sua vita il rapporto empatico con i problemi delle Vele e la capacità di donarsi agli altri. Patrizia è nata nelle Vele, ed oggi, assieme al poeta Vincenzo Monfregola portano avanti il "Centro Insieme”, un doposcuola per bambini impegnato a risolvere il disagio sociale diffuso nel quartiere.
Il suo ex marito, Davide Cerullo, è invece uno di quei ragazzi che nel degrado delle Vele hanno abbracciato la strada della criminalità, per poi riscattarsi attraverso la lettura e la scrittura. Davide è un grande lettore di Pasolini, come Patrizia si dedica agli altri, per far uscire quante più persone dalle dinamiche della criminalità e dell’ignoranza. Con la sua associazione segue gli adolescenti. Queste e molte altre persone e realtà associative, sono parte fondamentale di un tessuto relazionale presente nelle Vele, che serve a bilanciare le situazioni di disagio, tenere vivo lo spirito di comunità, aprire orizzonti di futuro nelle pieghe del cemento periferico.

Nascita delle periferie urbane a Napoli

A Napoli, l’idea delle grandi periferie si manifesta nel 1939, con il nuovo Piano Regolatore di Luigi Piccinato. Il piano prevedeva quattro grandi zone di espansione edilizia intorno alla città per diminuire la densità del centro. Quest’idea si concretizza però, solo dopo il 1962, quando il governo nazionale approva la legge che darà forma alle grandi periferie italiane a partire dagli anni ’60: la legge 167. Nel 1964 il Comune di Napoli adotta la legge: nasce il nuovo grande quartiere popolare a nord di Napoli, Scampia, progettato per 60.000 persone ma poi abitato da più di 90.000. La legge 167 mostrerà molto presto diverse debolezze. Un cocktail distruttivo determinato dai meccanismi finanziari adottati per sostenere le opere, in cui era prevista la separazione di competenze per la realizzazione di abitazioni e attrezzature, e dal fatto che la costruzione delle attrezzature pubbliche era prevista solo dopo la consegna degli alloggi. Una scelta infelice, che ha consegnato ai nuovi abitanti periferie prive di servizi, realizzati successivamente agli alloggi, a singhiozzo e con ritardi decennali. A Scampia, il primo commissariato di Polizia aprirà solo nel 1987, la metropolitana nel 1995. Inoltre come quasi tutte le periferie costruite in questi anni, i grandi lotti delle Vele sono caratterizzati da un uso esasperato della zonizzazione, che produce enormi insediamenti isolati e distanti dalle attrezzature. La mancata integrazione tra nuove residenze e servizi essenziali come scuole, uffici pubblici e attrezzature, diventerà il principale motore di degrado urbano periferico. A Scampia però, la questione prende una dimensione epica.

Welcome to Gomorra

Nell’immaginario globale le Vele di Secondigliano emergono con prepotenza attraverso le immagini del serial prodotto da Sky tv Gomorra. Da utopia modernista a palcoscenico televisivo, quella delle Vele è ormai un’immagine congelata nel tempo mediatico in forma di simulacro estetico: realtà e finzione hanno preso strade diverse. Le Vele non sopravvivranno alla loro storia, nei piani attuali le ultime 4 rimaste in piedi, tranne una, sono programmate per la demolizione.

Esploriamo le Vele. Dal Progetto alla realtà

Napoli, primavera 2017. Visitiamo le ultime 4 vele rimaste in piedi dopo le demolizioni avvenute tra il 1997 e il 2003. Sono grandi navi di cemento traboccanti di rifiuti, baraccopoli verticali occupate abusivamente. Lo stato di degrado degli spazi è qualcosa che non si può immaginare nei confini dell’Europa contemporanea. Le Vele di oggi galleggiano in una dimensione transizionale, un limen protratto nel tempo, in latenza, come un condannato a cui rimandano quotidianamente l’esecuzione. Il numero 337 di Casabella del giugno 1969, dedica un articolo al progetto dell’Architetto Franz Di Salvo per 7 unità abitative nel comprensorio di Secondigliano a Napoli. Sono le Vele: quattro grandi lotti residenziali all’interno del quartiere popolare di Scampia. Megastrutture da 6453 stanze, 1192 alloggi, per 6500 abitanti. In un’alternanza di soluzioni a torre e a vela, ogni edificio è costituito da due corpi di fabbrica paralleli, molto lunghi e orientati sull’asse nord-sud, con un’altezza massima di 14 piani. Come due enormi edifici lamellari separati da un profondo ballatoio e collegati da una teoria di strade pensili. Nelle idee del progettista, le strade pensili con accesso diretto alle unità abitative e il grande ballatoio, avrebbero ricreato le condizioni di vita tipiche della città storica, ma in una dinamica verticale ad alta densità. A questo, il progetto integrava una ricca dotazione di servizi e attrezzature per la collettività, da sviluppare su grandi piastre basamentali e negli spazi verdi dei lotti collegati da lunghe pensiline. Un quartiere che porta i principi della Carta di Atene alle estreme conseguenze abbracciando suggestioni macrostrutturali, tentando di creare una difficile sintesi tra nuovi modelli abitativi definiti dalle tecnologie della prefabbricazione edilizia dell’epoca, e modelli di habitat d’ispirazione locale. In questo progetto, lo slancio prometeico è di ambiziose dimensioni, la fiducia nelle soluzioni tecnologiche oscura i rischi, forse prevedibili, celati dietro alcune scelte progettuali troppo spinte. Scelte progettuali che esigevano capacità di costruzione e di traduzione del progetto nella realtà, che la gestione pubblica, le imprese di costruzione e la politica, non erano in grado di comprendere né realizzare.Di Salvo, il progettista di questa utopia, muore nel 1977 quando il progetto non è ancora terminato. Il 23 novembre del 1980 un forte terremoto sconvolge il sud Italia. Napoli come altre città è molto colpita, e gli abitanti dei quartieri storici popolari danneggiati occupano le Vele ancora non completate, prive di infissi, ascensori, acqua, elettricità, gas. Abitanti di diverse aree difficili della città si trovano insieme in questo enorme contenitore, spaesati, sradicati dai propri riferimenti sociali e collettivi. Un trauma che ha creato le basi per il desiderio di cancellazione di questa memoria comune in senso negativo. Un quadro d’insieme che si manifesta risalendo i 14 piani della Vela Celeste attraverso scale e pensiline di cemento sospese nel vuoto dei profondi ballatoi, come grandi aquile che oscurano la luce del giorno. Sul percorso un’alternanza di appartamenti ancora abitati o demoliti, quindi riempiti di detriti e rifiuti, ultimi piani irraggiungibili usati come discariche, i grandi cavedi degli impianti divelti, fiumi d’acqua nei ballatoi del piano terra, miriadi di cavi liberi che attraversano spazi già saturi di cemento. Ascensori ferme da sempre. Poca luce. L’edificio è immenso, e nonostante il disfacimento, la vita che ospita rivela una grande resilienza. Ci sono tantissimi bambini che giocano in questa grande nave alla deriva.
Una resilienza che sfida gli stereotipi della saga di Gomorra ed è raccontata anche in un documentario “La Chimera – Appunti per un film sulle Vele di Scampia”, realizzato dai registi napoletani Walter De Majo, Giovanni Dota, Elio Di Pace e Matteo Pedicini, presentato alla 74esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, fuori concorso nell’ambito delle "Giornate degli Autori". Un documentario che racconta di questa resilienza, delle vite normali di quanti ancora vivono nelle Vele e sono in attesa di una vita normale fuori da questo inferno.

Fallimenti

Il fallimento delle Vele di Scampia non può essere letto in una logica binaria o per confronto con altre esperienze simili. E’ un discorso chiaramente più complesso e stratificato, dove ogni attore compie un gesto che durante il processo contribuirà a degradare il risultato finale, fino ad una dimensione di totale irrecuperabilità. Di Salvo mette nel progetto elementi che tradotti nella pratica edilizia di mano pubblica, mutano. Il primo è proprio l’insieme ballatoio/pensiline, lo spazio tra i due edifici paralleli. Nel progetto questo spazio è circa dieci metri, nella realtà diventa circa otto metri, riducendo radicalmente la quantità di aria e luce che entra nei profondi ballatoi. Il secondo riguarda le pensiline, che invece di essere realizzate in materiali leggeri e trasparenti, diventano elementi pieni in cemento armato, contribuendo all’oscurità. Il terzo riguarda la scelta degli elementi prefabbricati, anche qui risolta nella realtà con moduli dal basso grado di adattabilità spaziale e dalle prestazioni tecnologiche scadenti. E si potrebbe continuare ancora. Le Vele sono quindi un progetto “lost in translation”, che nel passaggio dal progettista alla mano pubblica si trasforma in un carcere piranesiano.

Altri esempi simili?

In Italia di grandi complessi residenziali popolari a dimensione utopica ne abbiamo altri due esempi importanti. Il Corviale di Roma e il Rozzol Melara di Trieste. Entrambe queste esperienze sono nate dalla stessa matrice, dallo stesso slancio funzionalista, dall’idea di creare delle grandi macchine per abitare, città verticali, compatte e autosufficienti per le future comunità urbane. Tutte queste esperienze condividono l’iniziale spaesamento, la perdita di identità e lo sradicamento rispetto alle comunità di partenza. Sono tutti edifici nati come giganti nel deserto, periferie prive si servizi, città neonate. Ma è anche vero che diversamente dalle Vele, nonostante le grandi difficolta, posti come il Rozzol Melara, o il Corviale, hanno progressivamente costruito un’identità e le loro strutture hanno saputo adattarsi, del resto erano progetti per il futuro, come rimasti aperti per essere interpretati. Le Vele non c’è l’hanno fatta.

Attualità politica/futuri progetti

Sul futuro di Scampia e delle Vele i punti di vista sono molteplici. Gli abitanti e il Comitato vogliono la demolizione, gruppi di architetti promuovono petizioni per salvarle, altri chiamano in causa questioni ecologiche relative all’opportunità del riuso, o si fa appello all’importanza estetico/architettonica delle Vele. L’attuale amministrazione comunale ha puntato molto sulla risoluzione della questione, e a questo scopo, nel 2014 è nata una piattaforma di concertazione a cui hanno aderito il Comune di Napoli, il Dipartimento di Architettura e di Ingegneria Civile dell’Università Federico II con il Comitato Vele Scampia. E partito così un processo partecipato per la creazione di uno “Studio per la fattibilità strategica, operativa e funzionale finalizzato alla valorizzazione e alla riqualificazione dell'area delle Vele di Scampia”. Da questa esperienza il Comune ha definito un progetto preliminare: “Restart Scampia. Da margine urbano a centro dell’area metropolitana”, presentato al governo nazionale, e finanziato con 17 milioni di euro attraverso i fondi del programma di riqualificazione delle periferie Urbane. Restart Scampia diventa un concorso di progettazione a metà del 2017, un progetto ambizioso che prevede l’abbattimento di tre Vele, la riqualificazione per usi abitativi e collettivi del’ultima Vela rimanente, e la sistemazione degli spazi aperti risultanti dalla demolizione. L’assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo, da noi interpellato alla fine di agosto (2017), ci ha raccontato che il processo attivato per le Vele è andato molto avanti: il concorso di progettazione è stato vinto dal raggruppamento Servizi integrati S.r.l e Ingegneria Integrata spa, ed entro la fine di ottobre il Comune di Napoli avrà un progetto esecutivo. In questa direzione il coinvolgimento dei Comitato Vele nel progetto è stato un elemento di fondamentale importanza, anche se permangono punti di vista diversi sul futuro dell’ultima Vela, per il momento il progetto prevede la sua riqualificazione abitativa, per sistemare, anche temporaneamente, le 350 famiglie ancora residenti nelle 4 Vele. Durante questo tempo, che non è oggi definibile, si aprirà un dibattito pubblico su cosa fare. L’idea del Comune prenderà forma con un nuovo studio di fattibilità su come convertire questo edificio per usi abitativi in usi collettivi a scala metropolitana, mettendo sempre al centro l’idea di Restart Scampia, che vede la rinascita del quartiere nella capacità di ridefinirsi come nuova centralità a scala metropolitana.

Danilo Capasso, Napoli 1971, vive e lavora a Napoli, Dottore di Ricerca in urbanistica, architetto e artista. La sua ricerca è focalizzata sulle pratiche di rigenerazione urbana emergenti, sul concetto di limen applicato all’urbano e sul paesaggio contemporaneo. Nel 2008 fonda lo studio Questions of Space come piattaforma professionale dedicata all’urbanistica, al paesaggio, alle pratiche di rigenerazione urbana, alla progettazione architettonica ed al design. Dal 2017 è design teacher alla Apple Developer Academy di Napoli. www.questionsofspace.com

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