Una condizione difficile

Il mestiere degli architetti ticinesi

Alberto Caruso

Rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando la nuova architettura del Canton Ticino si fece conoscere oltre i confini europei, il territorio è radicalmente cambiato. Le piccole città sono rimaste piccole, perché lo sviluppo economico verificatosi dagli anni ’60 in poi ha provocato la diffusione degli abitati nelle campagne e non il rafforzamento dei centri. Le città del cantone non avevano vissuto la storia di industrializzazione e di migrazioni che nel ‘900 formò la corona di isolati intorno al nucleo antico delle città del continente.  E non ha avuto modo di formarsi una “cultura urbana”, con la sua letteratura e tradizione critica, con le sue storie, i suoi miti e quell’universo di forme associative tipicamente urbane, come i movimenti cooperativi.
Le piccole case, progettate in quegli anni per la nuova borghesia da Botta e da Snozzi sulle colline intorno alle città, sono gli esempi più noti di un modello di abitazione  che si è poi diffuso e ha conquistato tutti i ceti sociali, riempiendo il territorio dei fondovalle di mille edifici. La contraddizione tra la “tensione” verso la città, principio irrinunciabile dell’architettura ticinese, e la reale condizione territoriale è diventata drammatica. In una ipotetica “storia materiale” dell’architettura – ancora tutta da scrivere – la modifica del contesto economico e sociale del mestiere in Ticino negli ultimi cinquant’anni è esemplare, per la progressiva distanza che si è formata tra la cultura architettonica e i modelli di abitazione più diffusi tra la gente.
E’ anche avvenuto che molti architetti hanno assecondato i modelli dominanti, ma la maggiore responsabilità della compromissione territoriale rimane quella della politica, che ha liberisticamente rinunciato a governare il territorio. Contemporaneamente, si è assistito ad un allentamento, se non ad una vera e propria eclisse, del pensiero critico.
Eppure, il rinnovamento e il successo dell’architettura ticinese negli anni ’70 e ’80 è stato determinato anche e proprio dalla politica. Il Cantone allora investì molto nell’ammodernamento delle infrastrutture, soprattutto nel sistema scolastico, promuovendo i concorsi che sono poi diventati l’occasione per costruire le proposte sperimentali e coraggiose di tanti giovani architetti. La politica era ancora capace di progettare, di guardare più avanti rispetto alla ricerca del consenso immediato.

Il “doppio mercato”

Il vasto fenomeno della diffusione insediativa è stato soprattutto un fenomeno di natura culturale, provocato dalla domanda delle giovani famiglie e dai loro modelli di riferimento, che non trovavano offerte corrispondenti nelle abitazioni delle città. Sul fenomeno culturale si è innestato quello speculativo. La presenza di molte società immobiliari è stato un fenomeno nuovo, fino ad allora poco conosciuto in Ticino. Le società immobiliari hanno provocato la formazione di un vero e proprio “doppio mercato” dei mandati professionali. Gli architetti “colti”, quelli che partecipano regolarmente ai concorsi e che li vincono, e costruiscono gli edifici pubblici per i Comuni e per il Cantone, sono per lo più esclusi dai mandati conferiti dalle società immobiliari. Questi operatori preferiscono affidarsi a professionisti non selezionati attraverso concorsi e, in generale, più disponibili ad eseguire programmi insediativi conformi alla domanda acriticamente registrata sul mercato. Le autorità di governo del territorio, d’altra parte, non sottopongono i progetti ad un esame di qualità urbanistica ed architettonica, e non pretendono che questi mandati siano soggetti a qualche forma di messa in concorrenza. L’unico vaglio è demandato - alla “Commissione cantonale delle bellezze naturali e del paesaggio”, che tuttavia esamina – dopo la loro presentazione - soltanto i progetti di maggiore impatto ed esprime un parere consultivo.
Gli architetti ticinesi sono molti, circa un architetto ogni 150/200 abitanti (circa 2.000 architetti su circa 350.000 abitanti), una percentuale simile a quella italiana, che è la più elevata in Europa. Una percentuale inversamente proporzionale a quella delle costruzioni progettate dagli architetti rispetto al totale delle costruzioni. Circa il 60% ha una formazione universitaria superiore (ETHZ, EPFL e AAM), circa il 35% ha una formazione di scuola professionale e circa il 5% ha un percorso autodidatta. Lo sbocco professionale, che fino a qualche tempo fa era garantito dall’attività dei numerosi studi professionali, generalmente molto piccoli – sul totale di architetti e ingegneri, il 60% sono indipendenti - oggi è diventato più difficoltoso e viene spesso soddisfatto negli uffici delle società immobiliari e negli studi che si dedicano alla progettazione per le stesse società, e che sono, in generale, di maggiori dimensioni rispetto ai primi.

I rapporti con la Lombardia

Né esistono scambi o sbocchi professionali con la confinante Lombardia.  L’architettura ticinese riscuote un notevole successo mediatico in Italia, ancora erede di quello degli anni ’70 e ’80, e che è stato rinnovato con le opere delle ultime generazioni, i cui esponenti sono spesso invitati negli eventi pubblici milanesi. I giovani ticinesi sono apprezzati per la capacità di interpretare, rinnovandola, la continuità della lezione dei maestri, oltre che per la sapienza e precisione costruttiva  elvetica, invidiata dagli architetti italiani. Ma dal punto di vista dell’impegno professionale non esistono significative relazioni tra Ticino e Lombardia, anche se, invece, sono intense le forniture di manufatti per l’edilizia prodotti a sud del confine. Una ragione attuale risiede nella forte disparità nei criteri di calcolo degli onorari, che risultano incompatibili con il costo del lavoro degli studi ticinesi, molto superiore a quello degli studi italiani. Ma le ragioni più profonde della distanza culturale vanno cercate nella storia più lontana (si pensi, per esempio, alla mancanza di relazioni dirette tra il razionalismo comasco e la coeva architettura del Ticino).
Va anche detto che la difficoltà degli architetti svizzeri a lavorare all’estero è aggravata dalla questione della mancanza di valore legale del titolo. Il diploma rilasciato dall’Accademia di Mendrisio fa eccezione, grazie ad accordi particolari stabiliti tra USI e Politecnico di Milano.
D’altra parte, sono difficili più in generale le relazioni culturali tra Ticino e Lombardia. Nelle ore serali, quando i milanesi potrebbero recarsi agli spettacoli del LAC (il nuovo centro culturale luganese), e i ticinesi a quelli del sistema teatrale milanese, le corse del TILO - il moderno ed economico treno interregionale - si concludono all’ora di cena, e l’alternativa rimane il mezzo privato.

Il Ticino tra nord e sud

Sul trasporto pubblico, si confrontano continuamente due linee politiche. Chi propone di risolvere i temi della difficile accessibilità interna e con l’Italia con interventi di potenziamento della mobilità privata e chi propone di potenziare il TILO come metropolitana del Ticino. Quasi sempre prevalgono i primi.
Eppure, le potenzialità di uno scambio culturale intenso tra le due regioni sarebbero straordinarie. Il Ticino potrebbe essere finalmente riconosciuto per la sua centralità, come luogo del dialogo - e non solo come luogo di transito - tra la cultura italiana e quella della Svizzera interna, avvicinata da Alptransit.
La relazione tra gli architetti ticinesi e la Svizzera interna, infine, è altrettanto virtuale. Le opere delle ultime generazioni sono state influenzate fortemente dai linguaggi dei colleghi di Zurigo e Basilea. I due mondi si rispettano e si guardano da lontano. Tuttavia alcuni studi ticinesi, tra quelli che si dedicano di più ai concorsi, si sono aggiudicati premi e mandati importanti, dimostrando di saper competere sulla scena nazionale.

La densificazione e la prospettiva

Come superare questa condizione di isolamento professionale e, soprattutto, di incomunicabilità tra la cultura architettonica e la realtà in trasformazione del mercato delle abitazioni? Il momento attuale è particolarmente importante, perché il concetto – sostenuto da tempo dagli architetti - che la bassa densità degli insediamenti debba essere riscattata con un processo di densificazione sta ormai conquistando le istituzioni pubbliche. Se interpretata come semplice aumento degli indici di edificabilità, anziché come strumento di governo del territorio, attraverso la progettazione a grande scala di interventi che mettano ordine e generino nuove centralità, la densificazione aggrava il degrado del paesaggio costruito ed è l’occasione per più pesanti interventi speculativi, che ancora escludano la cultura architettonica.
Da alcuni anni sono presenti i segnali di un risveglio del pensiero critico. SIA, FAS e OTIA hanno dotato la CAT (Conferenza delle Associazioni Tecniche) di una struttura operativa, destinata ad aumentare la forza contrattuale delle associazioni e il rilievo delle loro battaglie nell’opinione pubblica, in una fase di nuova attenzione della politica alle problematiche territoriali. Tra i più giovani cresce la consapevolezza che è necessario aprire il mestiere a nuovi orizzonti disciplinari, abbandonare gli atteggiamenti aristocratici, e ridurre la distanza dal mondo dell’attività immobiliare, che va coinvolto e condizionato, conquistando, per esempio, l’obbligo di sottoporre a concorso i progetti nei siti più sensibili dal punto di vista del paesaggio, come ha proposto la FAS. La nuova vivacità delle associazioni alimenta i segnali di riscoperta del valore civile, della responsabilità sociale del mestiere e della necessità dell’impegno politico.

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