Ristrutturato a morte

Come un sussidio per la ristrutturazione energetica minaccia l'architettura italiana

Alberto Caruso

La fragilità tecnica del moderno è sempre stata riferita all’architettura “bianca” degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, fragilità determinata dal carattere sperimentale dei materiali e delle tecnologie della sua costruzione. Un’ampia letteratura è stata prodotta al proposito, sia riferita alle tecniche di restauro che alle diverse forme della tutela.

Oggi le cronache quotidiane italiane dimostrano che anche l’architettura del secondo dopoguerra sta rischiando danni e compromissioni, a fronte delle problematiche dell’efficientamento energetico, che è il grande tema attuale della cultura della costruzione. Lo dimostrano i recenti casi milanesi dell’edificio residenziale di Luigi Caccia Dominioni in via Nievo 10 e di quello di Gio Ponti in via S. Vigilio 1.

L’edificio di Caccia Dominioni di via Nievo 10, con i serramenti a nastro e il rivestimento di ceramica color ruggine, è stato costruito nel 1964-65 ed è meno noto di quello di via Nievo 28, costruito dieci anni prima e rivestito di ceramica di colore azzurro. Sono tra gli esempi più eccellenti della cultura professionale milanese, che ha contribuito alla ricostruzione postbellica di Milano, riaprendo in modo originale il dialogo con la tradizione. L’edificio in via S. Vigilio, del 1971, è l’ultimo costruito da Ponti. E’ un segnale urbano importante nel paesaggio della periferia milanese, con la sua verticalità accentuata dalla continua angolazione dei fronti, che provoca effetti cromatici diversi sulla colorazione verde del rivestimento.

Nelle ultime ore è stata diffuso un appello per fermare un altro progetto rovinoso, riferito al Palazzo INA di corso Sempione, costruito da Piero Bottoni nel 1958, una torre residenziale considerata una vera e propria icona della modernità milanese.

Edifici moderni che, a differenza di quelli precedenti alla guerra, sono costruiti in modo solidamente avanzato, con le tecniche ereditate dal ‘900 milanese e con dettagli raffinati, ed hanno resistito al tempo in modo straordinario. La domanda di efficienza energetica ne ha messo in crisi la consistenza, con la rimozione del rivestimento ceramico e l’applicazione ai fronti dello strato di isolamento necessario al raggiungimento dei coefficienti richiesti dalla normativa energetica. Una modalità d’intervento dall’esterno certamente più semplice ed economica rispetto a quella dall’interno, che comporta la sospensione delle attività, particolarmente pesante nel caso della residenza. L’esito sarà la modifica della profondità delle bucature e un generale stravolgimento della composizione dei fronti.

Le leggi italiane che hanno agevolato questi interventi - emanate dopo la più grave fase della pandemia e motivate dall’obiettivo di incentivare l’economia - prevedono il finanziamento da parte dello Stato di tutto o parte dell’investimento (in taluni casi fino al 110%), attraverso riduzioni fiscali negli anni a seguire, e con il trasferimento del credito ad una banca o all’impresa esecutrice, in modo da non anticipare risorse. Condizioni molto favorevoli, che tuttavia non hanno previsto forme di difesa della qualità del patrimonio edilizio. Recentemente il governo ha ridotto i vantaggi, rendendo più complesse le procedure finanziarie e sottoponendo a vagli più rigorosi i prezzi dichiarati, per combattere i numerosi fenomeni di abusi realizzati attraverso il gonfiamento dei prezzi.
Gli esempi citati sono costituiti da architetture milanesi molto note, che hanno fin dagli anni ‘90 suscitato il forte interesse di molti architetti elvetici, soprattutto a Zurigo, ispirando i loro progetti. In realtà il danno alla qualità del paesaggio urbano è più vasto perché interessa, più in generale, l’edilizia abitativa degli anni ’50, ’60 e ’70. Fronti intonacati o rivestiti di materiali ceramici, caratterizzati da piccoli rilievi come marcapiani, lesene, cornici che, rivestiti dall’isolamento, perdono il loro carattere, la loro datazione e impoveriscono il paesaggio.

Le leggi citate, inoltre, prevedono che gli interventi di trasformazione dei fronti finalizzati all’efficientamento energetico siano classificati come interventi di “manutenzione” e quindi non siano sottoposti all’esame preventivo delle Commissioni del Paesaggio.

E’ un grande tema, questo del risanamento energetico che - se interpretato esclusivamente dal punto di vista della “sostenibilità” - prevale in modo prepotente e rischia di travolgere la cultura della tutela del moderno, che negli ultimi anni si è faticosamente fatta strada. La fatica è stata necessaria soprattutto per superare la diffusa convinzione che l’architettura antica debba essere tutelata, mentre quella moderna non abbia un valore paragonabile. Soprattutto in Italia, dove la cultura della costruzione moderna ha conquistato alcune élite colte, ma non la grande maggioranza della popolazione. Ogni strategia relativa al patrimonio edilizio esistente, inoltre, riguarda le misure da adottare per limitare la dispersione energetica, e non è invece diretta ad imporre la produzione di energia da fonti rinnovabili, come è previsto per gli edifici nuovi.

La scuola è certamente un punto debole di questa questione: in Italia, in Svizzera e in molte università del continente l’insegnamento della sostenibilità come parametro necessario alla qualità architettonica ha finalmente coperto uno spazio di rilievo nella formazione degli architetti, ma spesso ne ha sottratto altrettanto all’insegnamento della storia e della cultura critica. Oggi ciò che manca è, appunto, la cultura critica, cioè la capacità di distinguere ciò che deve essere conservato da ciò che può essere rimosso dal nostro paesaggio, e di valutare la qualità delle trasformazioni indotte dal riuso. Manca il confronto e il dibattito pubblico, che sono gli unici strumenti capaci di diffondere la cultura della costruzione.

In tema di tutela del moderno, anche in Ticino si è recentemente presentato qualche episodio negativo, come la modifica dei fronti dell’Hotel Milano di Mendrisio (Tita Carloni 1969-74) e come il tentativo di trasformare l’edificio della Posta in piazza Grande a Locarno (costruito da Livio Vacchini nel 1992-95) in un supermercato di prodotti alimentari, apportando le trasformazioni architettoniche utili alla nuova attività. La reazione pubblica della sezione Ticino di BSA al progetto presentato ha contribuito a rafforzare il fronte contrario, ed ha reso possibile, anche se ad oggi non è ancora avvenuto, che il tentativo venga rifiutato dalla città.

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