Nuova Scuola di Musica, Bressanone (BZ), Italia – 2018-2021

Carlana, Mezzalira, Pentimalli – Assorbire il tempo

Paolo Vitali

“È nella cruda realtà degli edifici e nelle modifiche e contaminazioni fatte nel tempo che possiamo valutare con maggiore chiarezza la consistenza di un’idea di architettura.”1

Wunderkammer

C’è un parcheggio nel vuoto informe tra edifici eterogenei, dove la città si perde.

A sud, in direzione del centro, c’è un muro che parla una lingua diversa, che abbraccia una porzione di quello spazio anonimo per restituirgli dignità di luogo. Nuovo e allo stesso tempo antico immette, attraverso un grosso portale, in una corte di passaggio. Uno spazio raccolto, attraversabile, abitabile2, un passage, che dà accesso a un nuovo edificio e che termina, sul lato opposto, in una seconda apertura di “ordine gigante”, incorniciando la “torre bianca”, simbolo della città antica. Nonostante alcune incongruenze tra le quote della città e le quote dell’intervento lascino intendere un disegno incompiuto (le differenze saranno assorbite dal disegno di un grande parco in progetto che prevede anche un parcheggio interrato collegato direttamente alla corte) la riconfigurazione delle relazioni urbane che il dispositivo mette in atto riesce a contrastare, almeno puntualmente, il senso di dissoluzione dello spazio del paesaggio ibrido di periferia.

Fuori il rosso porfido di cemento martellinato a mano – che restituisce un’idea di matericità e rivendica la sua appartenenza al suolo urbano, alla città antica. Dentro il bianco dell’intonaco e il marrone scuro delle porte e delle boiseries. Un ampio foyer distribuisce gli spazi comuni – concepiti come estensione dello spazio urbano e identificati dalle cornici in stucco – e gli spazi interni, misteriosi dietro porte di legno tutte uguali. Sulle panche del corpo scala – grande “mobile abitato”, spazio nello spazio che evoca lo studiolo di san Gerolamo di Antonello da Messina – ci sono zaini e scarpe di bambini.

Da dietro le porte, appena intuibili, provengono suoni interrotti, talvolta melodie struggenti. Ogni stanza uno strumento, in ogni stanza un mondo. Nella parte più bassa dell’edificio c’è la sala dell’organo, verde salvia, che affaccia sulla corte e aspetta di essere riempita dal respiro delle canne e c’è la sala della danza dove una bambina bionda seduta suona l’arpa – una stanza blu con il soffitto nero e il pavimento chiaro che non affaccia da nessuna parte e custodisce all’interno il proprio segreto.

Da fuori a dentro, una sequenza di preziose “wunderkammer”. Semplicità e dettagli accurati. Monumentalità e domesticità insieme. Teatro di vita. Che parla il linguaggio del luogo per cercare di resistere al trascorrere del tempo.

Il progetto come ricerca

È la nuova Scuola di Musica di Bressanone (2018-2021), uno degli ultimi lavori dello studio Carlana Mezzalira Pentimalli, esito di un incarico a seguito della vittoria di un concorso (2014). Una scuola pensata come una casa, in un luogo strategico e problematico della città. Una periferia centrale – o “in-feria” – come piace definirla a Michel Carlana, che sul concetto di vocazione pubblica e sul peso da dare agli interventi affinché siano in grado di sostenere le aspettative di cui sono stati caricati ha speso la sua tesi di dottorato.

Come negli altri lavori dello studio, sempre concepiti come percorsi di ricerca, il progetto della scuola verifica sul campo una serie di ipotesi iniziali3. La costruzione dell’idea – non vezzo formale ma anima che l’edificio deve avere – nasce da una serie infinita di domande elementari, primarie e rimanda ogni volta al grado zero per capire i luoghi nella loro essenza e riflettere sulle relazioni: cos’è una scuola? cos’è una casa? cos’è una finestra? … Domande che rimettono in discussione ogni assunto preliminare e che prefigurano, all’interno di un medesimo approccio (o metodo per dirla con le parole dello studio), esiti sempre differenti e specifici. Un processo senza regole preconcette.

Il campanello di Conzett

È il “fatto statico” che ha il compito di donare alla forma il potere di resistere nel tempo, diceva Nervi4. Una nozione fondamentale che rimanda a una visione sintetica del problema strutturale, come unità di saperi interconnessi, come “efficace compromesso”.

“A scuola nessuno ci spiegava le strutture – racconta Carlana –, è come se l’università avesse dimenticato l’eredità più preziosa dell’esperienza italiana del dopoguerra, diventata altrove, specialmente in Svizzera, oggetto di riflessione, studio approfondito e ispirazione. Noi tutta una serie di autori non li conoscevamo”.

Nel 2011 viene pubblicato il volume Jürg Conzett, Gianfranco Bronzini, Patrick Gartmann. Forme di strutture5, esito di una ricerca pluriennale dello studio nata nel 2008 dalla necessità di avvicinare il problema strutturale in modo più organico e colmare le lacune di una formazione ancora troppo polarizzata nell’opposizione tra arte e tecnica.

Sulla spinta della passione, dell’entusiasmo, dell’ingenuità curiosa di giovani studenti tutto ha inizio con un viaggio in Svizzera, suonando il campanello di Jürg Conzett, e diventa un progetto editoriale che è prima di tutto un percorso formativo: la volontà di imparare la lingua degli ingegneri, di capire più in profondità il significato e il ruolo dell’ingegneria all’interno del processo costruttivo e le sue implicazioni sulle scelte formali. Tutto ciò ha consentito di riscoprire una disciplina dell’ascolto e del dialogo, capace di interpretare lo spirito del progetto, e di scoprire un territorio fisico e allo stesso tempo culturale all’interno del quale quella visione era praticata: un’idea precisa della relazione tra struttura e forma, la ricerca di autenticità.

Ha permesso inoltre di conoscere dall’interno, attraverso una serie di interviste, alcune delle più interessanti realtà dell’architettura svizzera contemporanea6: studi autorali, botteghe; tutti concentrati, in quel momento, su una specifica scala, su una certa misura, con un approccio molto simile. Nella consapevolezza che guardare alle strutture in modo semplice e intuitivo, attraverso diagrammi esplicativi, sia il modo di ripristinare un piano di collaborazione, premessa necessaria a una buona architettura.

L’intuizione era giusta: quella, per lo studio, anche nella professione, sarebbe stata la strada da battere.

Il campetto da basket

“Per raggiungere il campetto da basket per una partitella tra amici – prosegue Carlana – accadeva di incappare in un edificio che sembrava un tempio7, altre volte in un incredibile ampliamento di cimitero. Ammiravamo la magia che emanava da quelle architetture, le guardavamo senza pregiudizi e ne venivamo sedotti. Al punto da voler approfondire la loro storia e capire le ragioni di fondo di quella loro qualità”.

Altro campo di ricerca privilegiato per lo studio è quello della scala urbana, grande eredità della scuola veneziana, luogo di formazione dei progettisti: una riflessione perenne sulla città. Che si salda, anche in questo caso, alle esperienze e alle biografie personali degli autori, ragazzi cresciuti in provincia. Ed è proprio la provincia, il territorio di origine, che diventa oggetto di un secondo fondamentale progetto editoriale (Quirino De Giorgio. An Architect’s Legacy, 2019) nato dall’idea di esplorare con occhi diversi i luoghi di provenienza ma soprattutto di comprendere le loro strutture profonde e la natura di alcune specifiche architetture del secolo scorso particolarmente significative che hanno resistito alla durissima prova delle trasformazioni e degli stravolgimenti indotti dall’impatto del boom economico in contesti prevalentemente agricoli o suburbani. Ancora una volta per cercare di capire, attraverso uno studio meticoloso, a quali fattori fosse attribuibile la qualità intrinseca delle opere realizzate, manufatti capaci di assorbire il tempo e le relative modifiche. Uno sguardo programmaticamente periferico, tra Padova e Vicenza, Venezia e Rovigo.

“Siamo arrivati a Quirino De Giorgio8 attraverso le opere che aveva disseminato in quei territori, tra gli anni 30 e gli anni 70 del Novecento. Non si tratta di una monografia tradizionale, ma piuttosto di un’operazione di archeologia, nata dal fascino delle architetture sopravvissute (surviving works) prima che dalla conoscenza dell’autore”. Un interesse – come viene dichiarato esplicitamente – da architetti per architetti, non mirato alla ricostruzione della vicenda storica ma alla comprensione e attualizzazione del passato in chiave progettuale. A partire dal ‘costruito’9.

Che prende le mosse dal trauma dell’incontro con manufatti il più delle volte pesantemente trasformati (a volte oltraggiati), dei quali si cerca di ricostruire, attraverso il ridisegno, il senso profondo. Sono opere unitarie, nelle quali urbanistica, architettura, ingegneria e arte convergono in una sintesi d’insieme particolarmente efficace, opere dal fortissimo valore didattico. Rivisitate attraverso un approccio mirato a “riscoprire un processo, non uno stile specifico”. Che impongono di “concentrarsi sul metodo e non sul linguaggio”10.

Noventa Padovana, Sant’Urbano, Vigonza, Pontelongo, Piazzola sul Brenta. Luoghi remoti, marginali, “periferia dell’impero”. In questi “paesoni” di campagna ormai urbanizzata le autorità fasciste avevano previsto, come altrove, case del partito e sedi di istituzioni. Edifici identitari controversi e spesso retorici e monumentali, ma a volte frutto di progettazioni felici, capaci di reggere il tempo e di sedurre, allo stesso tempo lirici e portatori di urbanità, al di là dell’ideologia che hanno rappresentato.

Una costellazione di opere pensate per costruire luoghi identitari, capaci di evocare ancora lo spirito che aveva animato la loro concezione: non semplici presenze aggiunte a insediamenti anonimi ma aggregatori urbani, nuclei di comunità, portatori di nuove forme di socialità, templi dei nuovi riti laici.

In contesti del genere11, dove le geografie sofisticate (ma non necessariamente colte) di una epoca più attenta di oggi al disegno complessivo degli insediamenti vengono intersecate (e spesso aggredite) da un’urbanistica ibrida ed eterogenea ma soprattutto sregolata, immemore e insensibile al concetto di spazio pubblico12, le peregrinazioni giovanili, per loro natura poco strutturate – esplorazioni antitetiche a una lettura cronologica o biografica –, diventano, per chi è curioso e sensibile, occasione di scoperta.

Restare ingenui nello sguardo e insieme profondi13 diventa così il modo per fare esperienza di architettura14 come vera dimensione conoscitiva. E capire il significato che il tempo assume come materiale di progetto.

Un pezzo di città?

C’è, nella ricerca dello studio, una fortissima tensione verso la dimensione urbana dell’architettura, la consapevolezza che ogni progetto si debba fare carico del problema della città, un’estrema, quasi commovente, fiducia nella disciplina.

Ciò si ritrova sia come dichiarazione di intenti, come direzione a cui tendere, sia negli edifici realizzati: “ogni edificio può creare un ambito urbano”. Una sfida che si rinnova ogni volta, sempre diversa come le specificità dei contesti affrontati. Attenzione al territorio e approccio multiscalare sembrano le migliori premesse per raggiungere l’obiettivo di un’architettura in grado di restituire urbanità, o per lo meno, in una visione meno ottimistica, i migliori antidoti a una progettazione esibizionistica e autoreferenziale.

L’idea del dispositivo pubblico15 – oggetto di ricerca specifica anche in ambito accademico da parte di Carlana – diventa per lo studio quasi un’ossessione: il modo per accogliere la dimensione sociale, le relazioni umane, ciò che tiene insieme architettura e urbanistica. Una forma di generosità che ritroviamo nel passage, nel giardino, nella corte, nel portico.

È un carattere fortemente presente nella città italiana, quasi la sua cifra specifica, la sua vera essenza. E come progettisti si è chiamati a indagarlo e a recuperarlo, a comprendere la sua dimensione archetipica e le modalità ogni volta differenti di riproporlo. Perseguire la sua difesa come presidio di socialità per restare connessi alla propria storia, reinterpretandola senza imitarla, per “intrattenere con la tradizione un rapporto dialogico, piuttosto che sottomesso”16. Non fermarsi all’estetica dell’esibizione: riscoprire le architetture che parlano di città, dove uno sbalzo è pensato per proteggere le persone e per creare uno spazio pubblico e non come gesto muscolare.

C’è un certo legittimo orgoglio nel riscoprire l’italianità come identità culturale, come pensiero urbano profondo e complesso, come attitudine alla città che anche la storia dell’architettura recente giustifica e testimonia (De Carlo17, Caccia Dominioni solo per fare due nomi). Riscoprire quella natura e quella attitudine – quella lezione dimenticata – è sicuramente una premessa necessaria. Basterà la “panca di via” (a metà tra citazione colta18 e dispositivo spaziale per pratiche sociali19) per salvarci dai nostri egoismi e individualismi e infrangere il tabù del privato come feticcio?

M. Carlana, L. Mezzalira, C. Pentimalli, Quirino De Giorgio. An Architect’s Legacy, Parks Books, Zurich, 2019, p. 21
Uno dei muri perimetrali della corte di passaggio è attrezzato sul lato interno con una “panca di via”, elemento in muratura destinato alla seduta e citazione colta dell’architettura dei palazzi rinascimentali fiorentini (cfr. Palazzo Rucellai di L.B. Alberti)
3 cfr. il concetto di progettazione tentativa di G. De Carlo, un avvicinamento progressivo alla soluzione finale fatto a partire da differenti ipotesi per mostrare la molteplicità delle possibilità insite nell’organizzazione dello spazio.
4 “Il fatto statico, ossia la buona resistenza strutturale, è evidentemente la prima condizione di vita di ogni edificio” – P. L. Nervi, Scienza o arte del costruire?, Edizioni della Bussola, Roma, 1945
5 M. Carlana, L. Mezzalira, C. Pentimalli (a cura di), Jürg Conzett, Gianfranco Bronzini, Patrick Gartmann. Forme di strutture, Mondadori Electa, Milano, 2011
6 Meili-Peter, Jüngling-Hagmann, Gigon-Guyer, Caminada, Miller-Maranta, Bearth-Deplazes-Ladner, Zumthor, Staufer-Hasler, Gartmann, Olgiati, Morger-Dettli, Joos-Mathys, Zuber.
7 “All’inizio è difficile vedere a quale periodo appartenga, ma si è sicuramente attratti dall’aspetto arcaico di questo ‘edificio’” – M. Carlana, L. Mezzalira, C. Pentimalli, Quirino De Giorgio, cit., p. 1
8 Quirino De Giorgio (1907-1997), architetto, urbanista, artista, fotografo, pilota. È uno dei pochi architetti italiani la cui carriera copre l’intero arco del XX secolo: dal Futurismo attraverso il Fascismo alle sperimentazioni successive all’arrivo del cemento armato.
9 M. Carlana, L. Mezzalira, C. Pentimalli, Quirino De Giorgio, cit., p. 21
10 Ivi, p. 40
11 “[…] in un paesaggio fatto di memoria, complessità e contraddizioni” – Ivi, p. 1
12 “[…] stanno comunque subendo una grande trasformazione da sogno collettivo a feticcio privato” – Ivi, p. 15
13 “Ciò che si richiede è un’interpretazione intuitiva che deve essere vista come un punto di transito, e che deve essere dotata di un grande e cosciente senso di ingenuità attraverso il quale possiamo iniziare a cogliere il complesso significato del suo pensiero” – Ivi, p. 19
14 cfr. a questo proposito la fondamentale lezione di E.N. Rogers – E.N. Rogers, Esperienza dell’architettura, Einaudi, Torino, 1958
15 Sull’interpretazione da dare al termine cfr. G. Agamben, Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Milano, 2006
16 Sito web ”Carlana, Mezzalira, Pizzimalli”, Profile (http://carlanamezzalirapentimalli.com/about/)
17 cfr. il concetto di dialogo con il passato inteso da De Carlo non come riutilizzo del linguaggio, dei materiali e degli stili ma delle logiche del dispositivo architettonico – S. Marini, Scegliere la parte (introduzione) in G. de Carlo, L’architettura della partecipazione (a cura di S. Marini), Quodlibet, Macerata, 2013, p. 23 (nota 23)
18 cfr. nota 2 – “Elemento di mezzo tra privato e pubblico, tra arredo urbano e monumento al potere, la panca di via è un luogo di limite, un modo preciso di sostare che racconta le relazioni tra dentro e fuori urbano, tra mio e nostro” – http://www.studioplusplus.com/2017/12/17/panca-di-via/
19] Su questo tema rimane fondamentale la riflessione di H. Hertzberger – H. Hertzberger, Lesson for Students in Architecture, Uitgeverij 010 Publishers, Rotterdam, 1991

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