Aurelio Galfetti (1936-2021)

Nicola Navone

Il 5 dicembre 2021 è mancato Aurelio Galfetti, “Lio” per amici e familiari.

Era nato il 2 aprile 1936 da una famiglia di Biasca, cittadina alla confluenza delle Tre Valli Ambrosiane (Blenio, Leventina, Riviera), nota per lo spirito fieramente laico (se non decisamente anticlericale) di molti suoi abitanti, che pure Galfetti condivideva. Aveva studiato architettura al Politecnico federale di Zurigo, laureandosi nel 1960 sotto la guida di Paul Waltenspühl. Le sue prime opere, come la Casa dei bambini di Biasca, realizzata con Ivo Trümpy e Fredi Ehrat (1960-1964) e la celebre Casa Rotalinti a Bellinzona (1960-1961), manifestano l’appassionata adesione di Galfetti alla poetica lecorbusiana e la sua capacità di declinarla in modo originale attorno a quelli che diverranno due capisaldi della sua architettura: il progetto dello spazio, quale sintesi delle risposte sollecitate dal luogo e dal tema, e il progetto dei percorsi, quale strumento per esperire la spazialità interna e per costruire la percezione del paesaggio.

Nel 1962 l’amicizia con Flora Ruchat-Roncati e Ivo Trümpy si salda in un sodalizio professionale che si protrae sino al 1970, generando opere notevoli come le scuole e l’asilo di Riva San Vitale (1961-1973), l’asilo di Viganello (1965-1970) e un capolavoro come il Bagno di Bellinzona (1967-1970), prima compiuta manifestazione di quella concezione “territoriale” dell’architettura che assumerà un ruolo sempre più rilevante nell’opera di Galfetti.

Dopo un decennio caratterizzato da un intenso e fecondo ripensamento, negli anni Ottanta la sua architettura conosce una nuova fase che ha come epicentro Bellinzona, dove nel frattempo ha trasferito il proprio studio. Risalgono a quel periodo l’edificio della Posta (1977-1985), con la bella sala degli sportelli dall’ampia volta diafana, il centro tennistico comunale (1982-1985), quattro immobili residenziali nel quartiere di via Vela (fra i quali gli edifici “Bianco” e “Nero”, 1984-1986) e il restauro del Castelgrande (1981-2000): un intervento che Galfetti descriveva, con un’immagine icastica, come “una grande roccia nera, nel mezzo della città, con due torri in cima, tre alberi e un prato spazzato dal vento”[1], fondato sul percorso, parzialmente ipogeo e magistralmente inscenato, che collega il castello alla città. Sono opere che, anche sull’onda dell’interesse critico per l’architettura ticinese innescato dalla celebre esposizione Tendenzen (1975), contribuiscono ad allargare il raggio d’azione di Galfetti, che può così realizzare, grazie a concorsi o mandati diretti, i suoi primi edifici fuori dai confini cantonali, nella Svizzera romanda e in Francia soprattutto, più tardi in Italia. Il territorio è il suo costante orizzonte di riferimento, indipendentemente dalla scala del progetto, come dimostra nella casa disegnata per sé e la propria famiglia sull’isola di Paros (1993-2003) o nel contributo rilevante offerto alle fasi iniziali della progettazione di Alptransit.

Nel 1996 Aurelio Galfetti viene chiamato da Mario Botta a partecipare alla fondazione dell’Accademia di architettura di Mendrisio, di cui tenne la carica di primo e indimenticato direttore. In quella occasione e negli anni successivi, come professore di progettazione, come direttore dal 2005 al 2007 del Master di Studi avanzati in architettura e urbanistica, come presidente della Commissione di diploma, Galfetti seppe manifestare una spiccata attitudine all’insegnamento alimentata dalla sua onestà intellettuale, generosità e umanità: tre qualità che balzavano agli occhi di chi lo conosceva e alle quali accosterei la sua “orgogliosa modestia”2 e la capacità di guardare la realtà senza nostalgie o rimpianti, animato da un lucido ottimismo della volontà e dalla determinazione a compiere “fino in fondo il proprio mestiere”, ossia senza mai derogare al “valore deontologico del fare, del rispetto della disciplina”[2], per quanti sacrifici questo possa costare.

Il presente testo trae spunto da due miei precedenti contributi dedicati a Galfetti: “Come un mare al mattino, chiaro”. Ricordo di Aurelio Galfetti, “La Regione”, martedì 7 dicembre 2021 e Aurelio Galfetti, il territorio dell’architettura, “Domus”, n. 1065, febbraio 2022, pp. 8-11.

Aurelio Galfetti, Progetti per la città di Bellinzona, “Archi”, 2016, n. 2, pp. 37-41.
2 Dialogo con Aurelio Galfetti¸in Simona De Giuli et al. (a cura di), Aurelio Galfetti, Oggetti territoriali, iiriti editore, Reggio Calabria 2008, cit. p. 131.

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