Le Officine di Bellinzona

Alberto Caruso

Le lotte operaie del 2008, culminate nel grande sciopero contro la chiusura prospettata da FFS, hanno fatto conoscere in tutta la Svizzera le Officine di Bellinzona. L’insediamento delle Officine per la manutenzione ferroviaria - avvenuto nel 1886 su un terreno messo a disposizione dalla città – ha un rilievo importante nella storia cittadina, sia sotto il profilo occupazionale, che per la diffusa solidarietà che accompagnò quelle lotte, estesa a tutto il Cantone. Distribuito su una superficie di circa 120.000 mq. e collocato a nord della stazione, l’insediamento ha indotto e condizionato, insieme alla stazione, lo sviluppo moderno della città con la formazione di nuovi quartieri.

Nel 2016, un accordo tra le FFS e le autorità cantonali ha previsto la costruzione di un nuovo impianto industriale più a nord di Bellinzona e la trasformazione dell’area delle storiche Officine, ormai diventata centrale nell’abitato, in un nuovo insediamento residenziale e di servizi, che potrebbe costituire una occasione di rinnovamento radicale della città, grazie anche all’elevatissima accessibilità rappresentata dalla prima stazione di AlpTransit a sud della galleria di base.

Questo accordo ha rappresentato in modo eloquente la politica immobiliarista delle FFS, che hanno, di fatto, imposto lo scambio tra il mantenimento dell’occupazione ed il massimo sfruttamento possibile della rendita fondiaria della loro proprietà. La gigantesca volumetria prevista dall’accordo – fino ad un massimo di circa 230.000 mq. di SUL, in gran parte residenziale – è stata suddivisa tra i tre attori (FFS, Cantone e Comune), in modo che quasi tutta la superficie destinata alla residenza sia di competenza di FFS, che al Cantone siano riservate aree per attività amministrative, per scuole e per un parco tecnologico, e al Comune l’onere della realizzazione degli spazi pubblici, il restauro e riuso culturale della Cattedrale (l’edificio più antico e protetto) e la costruzione di alloggi a pigione moderata.

Il mandato di studio in parallelo, bandito dai tre committenti per avviare la progettazione urbanistica dell’area, ha selezionato cinque gruppi, e tra le loro proposte il Collegio di esperti ha raccomandato per la successiva pianificazione il progetto Porta del Ticino – Urban Living Lab. Gli autori prefigurano con efficacia espressiva l’esito morfologico finale: cancellati gli edifici esistenti e la trama viaria interna alle Officine, un grande spazio verde pubblico, sito al centro dell’area in senso nord-sud, libera la prospettiva visuale dalla Cattedrale verso i Castelli. Nelle fasce residue intorno al giardino sono concentrati gli edifici che raggiungono le volumetrie previste grazie a densità rilevanti rispetto al contesto. Il successo della semplicità comunicativa della prefigurazione, soprattutto presso il grande pubblico, rivela anche la sua debolezza. Infatti il programma prevede la realizzazione a tappe in molti decenni e la demolizione generale finalizzata dal progetto alla costruzione del parco – elemento da subito necessario per valorizzare le residenze – provoca che ogni tappa costruttiva intermedia produca un paesaggio incompiuto e transitorio. E’ un progetto concepito per essere realizzato tutto insieme in modo unitario, mentre la condizione demografica e del fabbisogno della piccola città di Bellinzona non può consentirlo.

Uno degli altri quattro progetti (Bellinzona città in movimento) affronta il tema in modo opposto, concependo il progetto urbanistico “più come un processo che non un prodotto finito”. Escludendo una forma a priori, gli autori sostengono che la ricostruzione delle Officine sia un mutamento radicale della città, come lo fu 140 anni fa la stazione, e che è necessario stabilire, oltre ad un supporto di tracciati, un “Manuale delle Officine” con regole capaci di resistere al tempo e ai mutamenti della cultura della costruzione. Sui bordi del sedime il progetto prevede la costruzione di fabbricati lineari e di maggiore altezza, che ospitano le istituzioni e le scuole, da realizzare nella prima tappa, aggiornando così la memoria del concetto di recinto delle Officine. Nell’area interna, prevede un processo lento di riutilizzo temporaneo dell’esistente e di progressiva ricostruzione con le nuove residenze in modo corrispondente al verificarsi dei fabbisogni.

Gli spazi pubblici, disegnati a partire dalla griglia preesistente, sono misurati e in scala con quelli della città e del suo nucleo storico, realizzando una condizione di continuità nella storia urbana. Anche altri due progetti (Officine Bellinzona e Bellinzona 1884–2020–2050) propongono simili strategie. Il primo ripropone con rigore archeologico la geometria urbana delle Officine, con regole che fissano l’ordine dei pieni e dei vuoti e che punta anche al riutilizzo dei contenitori esistenti. I nuovi volumi a sud e a nord hanno densità simili a quella dei quartieri adiacenti, mentre le volumetrie maggiori sono previste al centro. Gli autori del secondo progetto sostengono che “la città del futuro non è altro che la trasformazione intelligente e creativa della città del passato” e ripropongono la griglia ordinata di isolati, prevalentemente organizzati a corte aperta, capace di contenere progetti diversi nel tempo, e interrotta da spazi pubblici di forte urbanità, da realizzare nella prima tappa.

Infine, il progetto MSP Officine FFS propone un grande spazio verde lungo i binari, che realizza una porta della città di effetto opposto a quello, densamente costruito, del progetto raccomandato. Diversi volumi isolati e di notevole altezza realizzano il programma, riducendo in modo rilevante l’impronta al suolo del costruito.

Favorite dalla debolezza delle istituzioni, le FFS stanno utilizzando il loro potere per agire sul territorio come un qualsiasi investitore privato. Il mandato di studio in parallelo, inoltre, ha condotto alla scelta di una soluzione facilmente comunicabile e semplicistica (la cui attuazione nel tempo dovrà essere ripensata), mentre il tema è urbanisticamente e storicamente complesso. Infine, la scarsa partecipazione degli studi ticinesi al mandato di studio in parallelo - motivata dal requisito relativo al fatturato annuo - ha impedito ai committenti di utilizzare nel modo più ampio le risorse intellettuali e professionali locali. Non è stata coinvolta la cultura architettonica del Ticino, nella quale resiste ancora, nonostante le attuali difficoltà, l’insegnamento di Luigi Snozzi sulla tensione verso la città che deve guidare ogni prova progettuale.

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