Centrale comune di allarme Bellinzona

Alberto Caruso

Quando il progetto esecutivo di un’opera è molto coerente con il progetto che è stato premiato al concorso, vuol dire che la proposta era effettivamente chiara e forte. Quando il progetto esecutivo e l’opera realizzata risultano addirittura più chiari del progetto di concorso, quando cioè le ragioni dell’architettura risultano più riconoscibili ed evidenti, allora vuol dire che gli autori hanno la capacità di trasformare i numerosi condizionamenti (normativi, tecnici, funzionali, economici), con i quali ci si deve misurare nella pratica del mestiere, in occasioni di approfondimento del concetto progettuale. Vuol dire che sono capaci di dominare la complessità e metterla in ordine.

Il progetto di concorso della Centrale comune di allarme (CECAL) di Bellinzona, infatti, era già caratterizzato dalla volumetria compatta e leggermente scalinata, dall’aspetto esteriore modulare e dalla distribuzione perimetrale delle attività intorno al nucleo centrale dei servizi. Il progetto definitivo ha inventato un dispositivo spaziale che ha conferito all’insieme architettonico la “struttura portante” del concetto architettonica che gli mancava, e che lo rappresenta in modo sintetico ed eloquente.

Pessina e Tocchetti hanno diviso gli spazi richiesti dal programma in tre tipi dimensionali e li hanno messi in ordine  – gli spazi di larghezza minore al piano terra, quelli di larghezza media al piano intermedio, quelli di larghezza maggiore al piano alto – disegnando una sezione scalare, che corrisponde all’impianto statico fondamentale dell’edificio. Il riempimento dello spazio centrale con le attività di servizio avrebbe, tuttavia, occultato l’effetto visuale dell’invenzione spaziale. Allora gli autori hanno utilizzato il vuoto delle scale per rivelarlo: le rampe di collegamento verticale si elevano da uno spazio generoso, che salendo si riduce di dimensione mettendo in mostra la scalarità della struttura. Il vuoto è invaso dalla luce naturale proveniente dalla copertura, e i gradini aperti (privi dell’alzata) favoriscono la sua penetrazione fino a terra.

La proposta – annunciata nella relazione del progetto di concorso - di realizzare le facciate con un rivestimento prefabbricato, è stata inoltre sviluppata realizzando industrialmente l’intero setto di facciata e anche le solette. I tegoli prefabbricati  consentono di ospitare gli impianti di riscaldamento e raffrescamento nel vuoto tra le nervature.

Il concorso prevedeva anche una proposta urbanistica di ristrutturazione del comparto composto da più edifici che ospitano attività amministrative, di comando e  logistiche della Polizia cantonale. Il gruppo di edifici si trova nell’area golenale, un vasto vuoto agricolo, compreso tra le propaggini dei quartieri abitativi e l’argine del fiume Ticino, un paesaggio piano e aperto, la cui prospettiva è delimitata dal bosco fluviale e, in fondo, dalle montagne. E’ la grande area golenale che forma, quando ci si avvicina al centro di Bellinzona, la risorsa paesaggistica della città, ospitando gli edifici delle istituzioni pubbliche, le scuole, la biblioteca cantonale, le attività sportive. Essa fa da contrappunto alla densità del nucleo storico raccolto intorno a Castelgrande, conferendo alla città un carattere unico.

Qui siamo in periferia, alle spalle del quartiere ai Saleggi, in un contesto marginale e silenzioso, che è stato interpretato con coerenza da Pessina e Tocchetti. È un contesto che richiama le fotografie del paesaggio padano di Luigi Ghirri, dall’atmosfera intensamente sospesa e un po' metafisica.

L’edificio è silenzioso. Una qualità rara, che deriva prima di tutto dalla sua intelleggibilità, cioè dalla composizione ordinata di elementi ripetuti, montati con un procedimento sintattico determinato dalla necessità di una grande coesione della forma. La pacata chiarezza di quest’opera deriva dal fatto che si riconoscono gli elementi che compongono la sua complessità. E’ un edificio spoglio e laconico, che non rivela l’attività che ospita. Carlos Martì Arìs ha scritto che “quando un’opera ha la proprietà di generare intorno a sé uno spazio di silenzio, promuove uno sguardo diverso sulla realtà.”

Nello scenario della migliore architettura ticinese, che è un laboratorio collettivo di ricerca aperto a contaminazioni diverse e, insieme, dedicato alla rivisitazione contemporanea dell’insegnamento dei maestri, quest’opera ha un suo spazio. Il lavoro di Pessina e Tocchetti indica una strada rigorosa, che non cede nulla alle tentazioni dimostrative ed estetiche.

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