Masseria Cuntitt

Alberto Caruso

Castel San Pietro è un villaggio a 400 metri sul livello del mare, alle pendici del monte Generoso, affacciato sulla piana industriosa del Mendrisiotto. Il suo nucleo antico è formato da edifici in linea, e quelli più importanti hanno la conformazione a corte, come nella tradizione insediativa dei villaggi lombardi. La corte più grande è la Masseria Cuntitt, situata all’ingresso del nucleo. Prima dell’intervento di recupero, la Masseria mostrava i segni del logorio del tempo e del pluriennale abbandono, ma i muri portanti in pietra e i muri secondari in mattoni erano ancora in piedi, a testimoniare la capacità di resistenza dell’antica cultura costruttiva.

Nel concorso bandito nel 2010, tra quelli selezionati il progetto di Edy Quaglia era l’unico a prevedere il recupero integrale delle vecchie murature e dell’atmosfera carica di memorie che gli stessi muri trasmettono. Con il colto supporto dell’ing. Serafino Messi, Quaglia ha progettato il consolidamento delle murature in pietra a vista, con un getto di calcestruzzo autocompattante, utilizzando un sistema collaudato nelle ristrutturazioni degli edifici antichi dopo il terremoto che nel 1977 ha sconvolto i villaggi nella regione italiana del Friuli.

Il recupero delle murature portanti e dei setti divisori è stato effettivamente realizzato, con la sola eccezione del paramento esterno della sala conferenze, situata all’estremità dell’ala rivolta ad ovest e dei pilastrini di mattoni che reggono il ballatoio, a causa del degrado statico che ne ha impedito il mantenimento. Le nuove solette in beton, necessarie per sopportare i nuovi pesi, formano il telaio che tiene insieme le murature.

Oggi la comunità residente a Castel San Pietro dispone di un nuovo luogo pubblico. La Masseria ospita – al posto di stalle, fienili e abitazioni contadine - sette alloggi per anziani autosufficienti e per famiglie, un ristorante, un’enoteca, un asilo nido e diverse sale multiuso per attività associative e culturali, un complesso di spazi che favoriscono le relazioni intergenerazionali. La corte è diventata una piazza, la molteplicità delle attività dell’insediamento agricolo è diventata la riproduzione di un piccolo pezzo di città. Durante il giorno, lo spazio è frequentato dalle madri che portano i bambini al nido, dai frequentatori del ristorante e dell’enoteca, dalle famiglie che abitano gli alloggi più grandi. La sera, ai frequentatori dei pubblici esercizi si aggiungono i tanti cittadini che partecipano alle associazioni e intervengono alle attività della sala multiuso. Ai residenti anziani è offerto un campione significativo di cittadinanza, composto da attività dagli interessi anche divergenti, normalmente situate in luoghi tra loro lontani della città.

Dal punto di vista tipologico, la Masseria è un insieme di edifici diversi, la cui unità spaziale è provocata dal vuoto della corte. Su questo patchwork architettonico Quaglia ha lavorato in modo disinibito, manipolando materiali diversi e restituendo un luogo dalle qualità sociali intense, proprie dei più antichi spazi collettivi e, insieme, un luogo vivacemente contemporaneo. L’importanza di questo lavoro di Quaglia consiste proprio nella sua capacità di rompere il confine tra progetto del nuovo e restauro dell’esistente, tra innovazione e tradizione. Concetti che sono ancora separati e che spesso vengono esibiti in competizione, come attività dotate di distinti apparati teorici, differenti repertori formali e diverse culture materiali.

Finalmente oggi l’unità della cultura della costruzione viene affermata come un obiettivo, e trova posto anche nel recente Messaggio sulla Cultura sul quale il Consiglio Federale ha avviato la procedura di consultazione. Il rapporto tra vecchio e nuovo è sempre stata la questione centrale del mestiere architettonico. Per secoli i nuovi insediamenti sono stati costruiti sulle fondazioni di quelli preesistenti, ricomponendo i materiali delle loro rovine. Oggi l’urgenza della sostenibilità tende a portare in primo piano la questione, insieme a quella – affermata anch’essa nel citato messaggio federale – della necessità di valorizzare la “diversità architettonica”. Mutuato dalla “biodiversità” del linguaggio dell’ecologia, questo nuovo concetto riconosce come risorsa culturale fondamentale la varietà delle tradizioni insediative e delle loro forme architettoniche, che in un paese multiculturale come la Svizzera si presenta con una ricchezza straordinaria.

Le novità architettoniche che il restauro della Masseria Cuntitt propone interessano gli elementi costruttivi e il trattamento degli spazi. La sostanza architettonica preesistente è un telaio formale chiaro e forte, sul quale Quaglia ha ricomposto un racconto architettonico pieno di richiami e suggestioni. Quaglia ha scritto che “il restauro ci costringe a fare i conti con gli enigmi dell’opera e con gli interrogativi che suscita”, sottolineando come il dialogo tra vecchio e nuovo si avvale anche di elementi irrazionali, di quelle memorie custodite negli antichi spazi, che il progetto rivela. Si respira un’atmosfera particolare attraversando lentamente la corte e scoprendo, per esempio, che al piano terra sulla parete sotto al ballatoio Quaglia ha restaurato un tratto di intonaco preesistente colorato di azzurro. L’ultimo abitante di quelle mura ha voluto segnare, con quel colore, la propria presenza. Oggi quel “reperto archeologico” sollecita pensieri sul legame tra la permanenza dell’architettura e le fatiche dell’umanità che l’hanno costruita.

Progettare il recupero e la trasformazione di un edificio – o di un insieme di edifici, come è la Masseria Cuntitt – vuol dire operare una lunga serie di scelte che il percorso progettuale impone e che finiscono soltanto con l’ultimazione del cantiere.

Il rifacimento della struttura lignea del tetto, per esempio, è denunciato dalla sequenza binata della porzione dei travetti che fuoriescono dalla muratura perimetrale. E’ un elemento nuovo e colto, che – richiamando la lontana immagine dei triglifi dell’architettura classica e della loro origine lignea - suggerisce l’intenzione di riscattare la dimensione rustica della costruzione verso un esito più aulicamente adeguato al luogo pubblico.
Il fondale della corte, verso sud, era delimitato da un muro di recinzione, che la divideva dal fondo agricolo sottostante. Il progetto ha previsto l’abbattimento del muro e l’apertura dello spazio alla vista del paesaggio, che muta ad ogni ora della giornata. Considerato come carattere fondante dell’architettura, il limite tra il costruito e la campagna – non più segnalato dal muro - è stato riaffermato sopraelevando il muro perimetrale che chiude il vuoto della corte, in fondo alla testata orientale del fabbricato. Così il tetto viene concluso da un episodio che lo differenzia dagli altri corpi di fabbrica, rafforzando il bordo.

Allo stesso modo, l’angolo sud-ovest dell’edificio, che era aperto e ospitava le foglie di tabacco da essiccare al sole, è stato chiuso regolarizzando la geometria con un nuovo paramento in mattoni di cotto, autonomo rispetto alle murature di pietra preesistenti, che richiama le torri angolari degli insediamenti agricoli fortificati.

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